“Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…”

La scuola di Bullenhuser Damm dopo la fine della guerra.

Il 20 aprile 1945, tra le mura della scuola amburghese di Bullenhuser Damm, 20 piccole vite di bambini ebrei – dieci maschi e dieci femmine – provenienti dalla Francia, Olanda, Jugoslavia, Italia e Polonia, venivano spezzate crudelmente. In queste immagini drammatiche si ripercorre il loro calvario che inizia dal momento della detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dalla separazione dai genitori, dagli esperimenti medici per giungere fino al triste epilogo…


I bambini, infatti, strappati dall’affetto dei loro cari, furono inviati al campo di concentramento di Neuengamme distante circa 30 chilometri da Amburgo dove, con la complicità dell’ineffabile angelo della morte Joseph Mengele, furono adoperati come cavie umane dal turpe medico nazista Kurt Heissmeyer, per i suoi aberranti esperimenti – avviati nel gennaio del 1945 – condotti senza alcun metodo scientifico, per trovare un vaccino sulla tubercolosi. Difatti, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, falliranno miseramente nell’aprile di quello stesso anno. Tuttavia, poiché le truppe inglesi erano ormai alle porte di Amburgo, all’improvviso giunse l’ordine perentorio di eliminare quelle tenere vite innocenti allo scopo di cancellare tutte le prove dei loro orrendi crimini di cui si erano resi responsabili. Così, nella notte del 20 aprile, col favore delle tenebre, quei 20 bambini furono repentinamente trasferiti nella vicina scuola di Bullenhuser Damm, trasformata per l’occasione in un macabro luogo di sterminio, dove i nazisti provvidero dapprima a narcotizzarli con la morfina, dopodiché – senza alcun senso di umanità – li impiccarono “come quadri alle pareti”.

Di fronte a questi infami e spietati crimini verrebbe da rivolgere una sola domanda ai cosiddetti “revisionisti” nostrani che, accecati dall’odio, dimostrano di ignorare completamente questa triste pagina della storia, continuando pervicacemente a “negare” che tutto ciò sia realmente accaduto e che la Shoah sia soltanto un’invenzione degli storici…

Forse queste immagini potrebbero servire a fargli cambiare parere, se solo riuscissero ad immaginare lo stato d’animo e la terribile angoscia provata da queste bambini e dai loro genitori mentre i loro figli venivano barbaramente sottoposti a questi ignobili torture. Chissà, forse, qualche lacrima furtiva solcherà il loro viso, anche se francamente ne dubito…

Testimonianza della dott.ssa Paulina Trocki delle sue esperienze ad Auschwitz, Neuengamme e Bendorf (Yad Vashem The Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Remembrance Archive)

Da una dichiarazione rilasciata dalla dottoressa moldava Paulina Trocki, nata il 28 dicembre 1905 a Kishinev e deportata dalla città belga di Malines, dove risiedeva dal 1923, ad Auschwitz nel luglio del 1944 per poi essere impiegata come specialista di pneumotorace nel blocco femminile a Birkenau, si apprende che:

“Da fine settembre, primi di ottobre 1944 i bambini che arrivavano con i trasporti ad Auschwitz non venivano più mandati al gas (o meglio, non tutti). Alla fine dell’anno i bambini erano circa 300 in una baracca”.

La dottoressa Trocki visse nascosta in Belgio fino all’estate del 1944 e fu attivamente coinvolta nel movimento di resistenza insieme a suo marito che poi fu arrestato e non è sopravvissuto.

Ecco come viene raccontata questa sconvolgente storia, con dovizia di particolari, da Maria Pia Bernicchia nel suo bel libro dal titolo fin troppo eloquente: “I 20 bambini di Bullenhuser Damm”.

È il 14 maggio 1944 quando alcuni bambini vengono visitati, vengono sottoposti a prelievo di sangue… È in questa occasione che al “bambino A 179614” viene fatto un prelievo di saliva per accertamenti sulla difterite. Quel bimbo è Sergio de Simone. Quel bimbo che era così bello… “Nessuno oserà fare del male a un bimbo così bello”… erano le parole che uscivano dal cuore di mamma Gisella. Per il cuore sono una ferita le parole che il carnefice di Auschwitz, il dottor Mengele inventerà… Servono dei bambini, ma come fare perché non si diffonda il panico, perché l’intervento sia il più asettico, il più chirurgico possibile? L’uomo nero si vestirà di infame cattiveria.

Il dottor Mengele, l’angelo della morte, si presenterà una fredda mattina di novembre del 1944 nella baracca 11 e dirà: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…”

La storia potrebbe finire qui… ma se lasciassimo al lettore il compito di trovare un finale, se anche gli dicessimo di immaginare la sorte più tragica, nessuno riuscirebbe ad avvicinarsi al vero!

… e i bambini si sono fatti avanti, sognano l’amore negato, sperano di ritrovare il calore dell’abbraccio della mamma, confidano nella dolce promessa di quelle parole, si affidano al sogno, assaporano i baci, si struggono dal desiderio, pregustano la gioia di quel volo, del tuffo fra quelle braccia tanto sognate… ritrovano per un attimo le gioie rubate… si fidano e… piombano nell’inferno più nero. Li aspettano non le braccia della mamma a far loro da culla, non i baci che consolano, non la ninnananna che scalda e accarezza… ma mesi di strazi, di febbre, di abbandoni, di interventi chirurgici alle ghiandole linfatiche. Dalla baracca 11 vennero presi 10 maschi e 10 femmine con la promessa delle “braccia della mamma”. I 20 bambini di età compresa fra i 5 e i 12 anni furono caricati su un camion che li portò da Birkenau alla stazione ferroviaria di Auschwitz. […]

Kurt Heissmeyer (Magdeburgo, 26 dicembre 1905 – Bautzen, 29 agosto 1967)

I nostri 20 bambini sono sul treno. Sono curati, ricevono cioccolato, latte. Dopo due giorni, il 29 novembre 1944, il treno arriva nel lager di Neuengamme. Il campo dista circa 30 chilometri da Amburgo. […] I bambini arrivarono di notte. Neuengamme era un lager per prigionieri politici, non c’erano ebrei. La dottoressa Trocki racconterà che i prigionieri piansero quando videro i bambini; lei stessa ebbe il timore che volessero usare i bambini per gli esperimenti. Uno studente in medicina proveniente dal Belgio, che lavorava nella farmacia del campo confermò che Neuengamme era un “lager di uomini, nessun bambino… Lì c’era anche un medico francese, il dottor Florence, che cercò di salvare i bambini…”.  […] I bambini stanno male. La baracca 4a è pronta per gli esperimenti sulla tbc; intorno c’è il filo spinato, i vetri delle finestre sono imbiancati per impedire che si veda dentro… Il 9 gennaio 1945, il dottor Kurt Heissmeyer arriva a Neuengamme. Nelle settimane precedenti aveva fatto esperimenti suprigionieri russi e serbi. I più erano morti, alcuni furono uccisi per poter eseguire l’autopsia e “studiarci su”. Alla sua diabolica ricerca ora mancano i bambini. Due medici francesi prigionieri nel campo, il professor Gabriel Florence e il professor René Quenouille, saranno costretti ad aiutarlo. Entrambi finiranno a Bullenhuser Damm insieme ai 20 bambini.Gennaio 1945: cominciano gli esperimenti. Heissmeyer fa incidere la pelle sul petto dei bambini, sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi da tre a quattro centimetri, poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi e infine copre le incisioni con un cerotto. I bambini vengono così infettati con bacilli tubercolotici vivi, capaci di scatenarela malattia in forma molto virulenta. Heissmeyer riceve le colture da un certo dottor Meinecke, batteriologo di Berlino, il quale proverà a convincere Heissmeyer a non usare i bacilli vivi su esseri umani, ma non verrà ascoltato. Heissmeyer è accecato dall’ambizione, vuole emergere, vuole diventare professore, vuole passare alla storia, vuole diventare famoso, non si fa scrupoli, tratta i bambini come fossero topi… i bambini come cavie per studiarne le difese immunitarie, per raccogliere anticorpi, per preparare un vaccino…

Walter Jungleib (Hlohovec , 12 agosto 1932 – 1945)

Il 19 febbraio 1945 Heissmeyer fa incidere la pelle sotto l’ascella sinistra dei bambini e introduce altri bacilli vivi. I bambini sono apatici, sofferenti, hanno la febbre. Heissmeyer ordina al professor Quenouille di fare delle radiografie ai bambini. Nella baracca entra anche un altro prigioniero, è il medico polacco Zygmunt Szafranski; viene da Radom, come i figli del collega Sewern Witonski, pediatra di Radom, Eleonora e Roman Witonski, due dei nostri 20 bambini… Per effettuare le operazioni verrà sfruttata la presenza nel campo di un prigioniero che da libero era chirurgo, il ceco Bogumil Doclik. Heissmeyer non è capace di fare interventi, ha bisogno di un chirurgo per realizzare il suo progetto criminale!È il 3 marzo 1945 quando i bambini vengono operati. Ad aiutare il chirurgo Bogumil Doclik è un altro prigioniero, il polacco Franczisczek Czekalla… Verso le 19,00 tutto è pronto… I bambini vengono fatti entrare, svestire e coricare sul letto operatorio. Dopo aver disinfettato la pelle sotto al braccio viene praticata l’anestesia, il chirurgo tasta le ghiandole linfatiche sotto l’ascella, quindi procede con un’incisione di circa cinque centimetri e asporta le ghiandole, infine sutura il taglio. Ogni intervento dura circa un quarto d’ora. Quella sera furono operati nove bambini. I medici francesi misero le ghiandole in vasi con formalina, li etichettarono con il nome e il numero tatuato sul braccio dei bimbi. Tutti e 20 furono sottoposti alla stessa operazione. Dopodiché furono riportati alla baracca 4a… Heissmeyer portò i vasi etichettati contenenti le ghiandole nel laboratorio del sanatorio delle SS a Hohenlychen, dove lo aspettava il patologo Hans Klein. Costui era al corrente degli esperimenti, avendo visitato il campo di Neuengamme il 19 aprile 1944 con Heissmeyer e con il responsabile della sanità delle SS, il dottor Enno Lolling. Insieme, i tre medici avevano visto la baracca 4a dove sarebbero avvenuti gli esperimenti sulla tbc, avevano visto i vetri delle finestre imbiancate per impedire che si vedesse dentro, il filo spinato… avevano dato il loro consenso al diabolico, criminale progetto. I bambini sono gravemente malati, l’infezione li colpisce tutti in forma devastante, le ghiandole asportate e studiate dal patologo Klein non presentano nessuna traccia di anticorpi… l’esperimento è completamente fallito.                                                                                È il 20 di aprile 1945: gli inglesi sono alle porte, i bambini devono essere fatti “sparire”…

Alfred Trzebinski (29 August 1902 – 8 October 1946)

Era la sera del 20 aprile 1945, i bambini erano distesi nei loro letti, il sonno, la febbre, la malattia… Si erano addormentati, li svegliarono… […] Alle 22,00 arriva un grosso camion postale. Sul camion che lascerà il lager di Neuengamme vengono fatti salire sei prigionieri russi, i due infermieri olandesi, i due medici francesi e i20 bambini. Con loro prendono posto anche le SS Wilhelm Dreimann, Adolf Speck, Heinrich Wiehagen: costoro costituiscono l’Exekutionskommando di Neuengamme, sono esperti carnefici, hanno portato delle corde; davanti siedono l’autista Hans Friedrich Petersen e il medico SS Alfred Trzebinski. […] Il camion si dirige verso Amburgo, verso Rothenburgsort, verso la scuola di Bullenhuser Damm.

Leggiamo ora la precisa descrizione del massacro rilasciata da Johann Frahm il 2 maggio 1946:

“Il comandante del campo di Bullenhuser Damm era Jauch, l’esecutore degli ordini era Strippel… Io scesi nella cantina dove erano stati radunati i nuovi arrivati. Erano circa 20 bambini. Alcuni sembravano essere malati. Oltre ai bambini nella cantina c’erano il dottor Trzebinski, Dreimann e Jauch. Strippel andava e veniva. I bambini dovettero svestirsi in una stanza della cantina, poi furono portati in un’altra stanza, dove il dottor Trzebinski fece loro un’iniezione per farli addormentare. Quelli che dopo l’iniezione davano ancora segni di vita, furono portati in un’altra stanza. Fu messa loro intorno al collo una corda e furono appesi a un gancio wie Bilder an die Wand… (come quadri alla parete). Questo è stato eseguito da Jauch, da me, da Trzebinski e Dreimann. Strippel era presente solo in parte… Intorno a mezzanotte arrivò un altro carico di prigionieri da Neuengamme…”.

“Wie Bilder an die Wand… (come quadri alla parete)”: così Frahm rispose quando il capitano Walter Freud gli chiese: “Come li ha impiccati?” “Wie Bilder an die Wand.” […]

Il medico SS Alfred Trzebinski undici mesi dopo davanti al tribunale britannico descriverà così il fatto di Bullenhuser Damm:

“I bambini non sospettavano assolutamente nulla. Io volevo almeno alleviare loro le ultime ore. Avevo della morfina con me… Chiamai i bambini uno alla volta… feci loro l’iniezione sulla natica, dove è meno doloroso. Affinché credessero che si trattava veramente di una vaccinazione ho cambiato ago dopo ogni iniezione. La dose doveva servire a farli dormire. Devo dire che i bambini erano in uno stato abbastanza buono, fatta eccezione per un dodicenne che stava piuttosto male. Questo bambino si è addormentato subito. Ce n’erano sei o otto ancora svegli, gli altri dormivano… Frahm prese il dodicenne in braccio e disse agli altri: ‘Verrà messo a letto’. Lo portò in un’altra stanza, a sei, otto metri circa da quella dove si trovavano i bambini e lì vidi che c’era già una corda a un gancio. A questa corda Frahm appese il bambino che dormiva, poi si appese con tutto il peso del suo corpo al corpo del bambino affinché la corda si chiudesse e lo impiccasse…

I 20 bambini immortalati dal medico carnefice Heissmeyer alla fine dei suoi esperimenti.

 

Ecco chi erano quei bambini e le loro storie, rimasti vittime innocenti della barbarie di un folle invasato quale era Adolf Hitler:

Georges-André Kohn,

Georges-André Kohn, (francese) nato a Parigi il 23 aprile 1932.

Georges-André Kohn era nato il 23 aprile 1932 a Parigi. Suo padre, Armand Kohn era il segretario generale della Fondazione Rothschild dal 1940. Questa fondazione ha finanziato l’ospedale ebraico di Parigi. La madre di Georges-André, Suzanne Kohn, proveniva dalla famiglia Nêtre, una famiglia francese-ebrea molto rispettata. Georges-André ne aveva tre fratelli maggiori: Antoinette, Philippe e Rose-Marie. Grazie alla posizione di spicco del padre Armand, i Kohn godevano ancora alcuni privilegi dopo l’occupazione della Francia da parte della Wehrmacht. Nel 1942, Suzanne Kohn e i suoi figli si convertirono a Cattolicesimo nella speranza che questa mossa li potesse tenere al riparo dalla crescente persecuzione antisemita. Ma il 18 luglio 1944, fu deportato insieme a sette componenti della sua famiglia dalla stazione francese di Drancy-Le Bourget ad Auschwitz-Birkenau. Il 21 agosto, dopo tre giorni di viaggio infernale, Philippe e Rose-Marie, due fratelli di Georges, insieme ad altri prigionieri riuscirono a scappare attraverso un varco nel vagone e sopravvissero nascondendosi fino alla liberazione della Francia. Georges, suo padre, la mamma, la sorella Antoinette e la nonna furono separati sulla rampa di Auschwitz-Birkenau: la nonna fu inviata alla camera a gas, la mamma e la sorella Antoniette morirono di fame a Bergen-Belsen, Armand Kohn, il papà di Georges, finì a Buchenwald, da dove tornò molto malato. Georges fu inviato prima nella baracca dei bambini a Birkenau e poi, il 28 novembre 1944, nel campo di concentrazione di Neuengamme, e infine a Bullenhuser Damm dove morì il 20 aprile 1945 insieme agli altri 19 bambini. Aveva appena 12 anni!

Nel 1946, Armand Kohn, sopravvissuto alla Shoah, apprese da un altro ex prigioniero che Georges-André era stato rapito ad Auschwitz. Armand, tuttavia, morì nel 1962 senza scoprire mai i particolari esatti del destino del figlio. Nel 1979, il fratello di Georges-André, Philippe Kohn riuscì a sapere precisamente cosa era successo a suo fratello. Insieme ad altri parenti dei bambini uccisi, fondò l’associazione “I Bambini di Bullenhuser Damm” con lo scopo di mantenere vivo il ricordo di quegli efferati omicidi perpetrati a Bullenhuser Damm ai danni di tante piccole vite innocenti.

 

Jacqueline Morgenstern

Jacqueline Morgenstern, (francese) nato a Parigi il 26 maggio 1932.

Jacqueline Morgenstern è nata il 26 maggio 1932 a Parigi. Il papà, Charles Morgenstern, con il fratello Leopold aveva un salone di parrucchiere. La mamma, Suzanne Morgenstern, era segretaria. Dopo l’occupazione di Parigi da parte dell’armata tedesca nel 1941 i fratelli Morgenstern hanno dovuto cedere il loro negozio ad un cittadino non ebreo. Nel 1943 era scappato a Marsilia dapprima Charles Morgenstern e poi Suzanne con la figlia Jacqueline, visto che la città si trovava nella zona non occupata. Qui la famiglia è stata arrestata, portata nel campo di transito di Drancy nei pressi di Parigi e il 20 maggio 1944 è stata deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui fu uccisa la mamma di Jacqueline. Poco prima della liberazione il papà è stato portato con l’ultimo trasporto nel campo di concentramento di Dachau nei pressi di Monaco. Morì nel maggio del 1945 dopo la liberazione. Il 28 novembre 1944 Jacqueline fu portata nel campo di concentramento di Neuengamme e il 20 aprile 1945 fu uccisa nella scuola di Bullenhuser Damm.

In un primo periodo prima della deportazione la zia di Jacqueline, Dorothéa e lo zio Leopold Morgenstern erano stati protetti in quanto il lavoro di Leopold Morgenstern era considerato “importante ai fini della guerra”. Tuttavia nel 1943 è stato arrestato. Dorothéa Morgenstern, che era in attesa di un bambino, si era nascosta. Ha tenuto nascosti i propri figli presso famiglie non ebree. Solo nel 1979 Dorothéa Morgenstern ed il figlio Henri sono venuti a sapere tramite Günther Schwarberg che Jacqueline era stata uccisa ad Amburgo. L’identità di Jacqueline è stata chiaramente accertata, in quanto su una radiografia fatta fare dal Dr. Kurt Heißmeyer per gli esperimenti medici era scritto il suo nome.

Il 20 aprile 1979 Henri Morgenstern è venuto alla cerimonia commemorativa nella scuola di Bullenhuser Damm. Con Philippe Kohn, il fratello di Georges-André Kohn, ha fondato l’Associazione ”I bambini di Bullenhuser Damm e.V.” e si è impegnato a cercare i colpevoli.

(Biografia tratta da http://www.kinder-vom-bullenhuser-damm.de/_italiano/jacqueline_morgenstern.html)

 

Walter Jungleib

Walter Jungleib (Slovacco), nato a Hlohovec il 12 agosto 1932

Walter Jungleib nacque il 12 agosto 1932, figlio di genitori ebrei a Hlohovec, in Slovacchia. Suo padre Arnold Jungleib era un orafo e orologiaio. La famiglia possedeva una gioielleria dove lavorava anche la madre di Walter, Malvina Jungleib. Walter e sua sorella maggiore di due anni, Grete, frequentavano la scuola ebraica. Walter era un avido collezionista di francobolli. Con l’inizio della persecuzione della popolazione ebraica la vita della famiglia cambiò bruscamente. Dal 1942 la famiglia fu costretta a spostarsi diverse volte. Nel 1944 furono arrestati Arnold, Malvina, Grete e Walter Jungleib e deportati nel campo di transito di Sered nella Slovacchia occidentale. Dopo una settimana le SS separarono gli uomini ed i bambini dalle donne. Malvina e Grete Jungleib furone trasferite con altre 300 donne in un campo femminile fuori dal campo di concentramento di Buchenwald a Lippstadt, in Vestfalia. Lì furono sottoposte ai lavori forzati nelle opere di ferro e di metallo. Arnold Jungleib fu deportato nel campo di concentramento di Mauthausen e da lì al campo satellite di Gusen. Walter rimase ad Auschwitz. Arnold Jungleib non sopravvisse al campo di concentramento. Malvina e Grete
Jungleib riuscirono a salvarsi in seguito alla liberazione del campo ad opera delle truppe americane all’inizio di aprile del 1945. Subito dopo la fine della guerra, la ricerca di Walter Jungleib si rivelò inconcludente. Pertanto, la famiglia presumeva che Walter fosse morto durante l’evacuazione dal lager di Auschwitz. Per molti anni, ad Amburgo tra i ragazzi assassinati a Bullenhuser Damm Walter veniva identificato soltanto come “W. Junglieb” e di lui si sapeva solo che aveva 12 anni e probabilmente proveniva dalla Jugoslavia. Nel 2015 Bella Reichenbaum, moglie di Jitzhak Reichenbaum, il cui fratello è stato anche ucciso a Bullenhuser Damm, ha scritto la storia della sua famiglia. Tra questi c’era una lista di trasporto di prigionieri da Auschwitz a Lippstadt. In questa lista ha trovato due donne di nome “Jungleib” accanto ai nomi di altre donne i cui figli furono uccisi a Bullenhuser Damm. Attraverso il sito web del Memoriale Yad Vashem, riuscì a contattare la famiglia. In questo modo fu subito chiaro che Walter Jungleib era proprio “W. Junglieb”. Grete Hamburg, nata Jungleib, quindi non ha appreso del destino di suo fratello Walter fino al 2015.
Alcuni ex prigionieri avevano fatto un elenco con i nomi dei bambini. Questo elenco si trova nel libro “Rapport fra Neuengamme” stampato nel 1945. In questo elenco figura anche il nome di un ragazzo di dodici anni proveniente dalla Jugoslavia: “Junglieb”. Il Dr. Kurt Heißmeyer aveva scritto su un foglietto i dati delle visite mediche ed aveva annotato le lettere iniziali del bambino “W.J.” Per decenni fino al 2015 non è stato possibile trovare altre informazioni riguardanti il ragazzo “W. Junglieb” a parte il fatto che si trattava di un bambino di 12 anni proveniente con tutta probabilità dalla Jugoslavia.
Grete Hamburg, 85 anni, ha vissuto 70 anni credendo che suo fratello Walter fosse morto quand’era ancora piccolo durante una marcia della morte da Auschwitz. Grete Hamburg, sopravvissuta della Shoa, era allora una bambina. Oggi vive a Tel Aviv. A 100 km di distanza, a Haifa, vive Bella Reichenbau, che da anni è presente alla cerimonia commemorativa del 20 aprile ad Amburgo. Eduard Reichenbaum, il fratello di suo marito Yitzhak è stato assassinato a Bullenhuser Damm all’età di 10 anni. Quando Bella Reichenbaum è rientrata in Israele dopo la cerimonia di quest’anno ha fatto ricerche sul ragazzino W. Junglieb, ancora sconosciuto. Ha trovato un elenco di un trasporto di prigionieri da Auschwitz a Lippstadt e qui ha trovato oltre ai nomi dei suoi familiari anche due donne con il nome Jungleib. Tramite il sito Internet del Memoriale Yad Vashem è riuscita a contattare la famiglia Jungleib. È venuta a sapere che Walter Jungleib (questo è il nome corretto) proveniente da Hlohovec in Slovacchia era stato deportato ad Auschwitz. È stato possibile identificare il ragazzo in base al nome, l’età e il fatto che il nome di sua madre come pure delle altre mamme dei “20 bambini” figura nell’elenco dei deportati a Lippstadt.

Grete Hamburg ha scritto al Memoriale del campo di concentramento di Neuengamme:

“Ero e sono sconvolta e esterrefatta, non posso descrivere ciò che provo. (…) Mio padre, mia madre, Walter ed io siamo stati deportati ad Auschwitz nell’ottobre 1944. Ci hanno separato dagli uomini e dai bambini. Walter aveva dimenticato il suo berretto ed è tornato indietro per prenderlo, per cui era l’ultimo in fila, si è voltato, ha sorriso: è stata l’ultima volta che mia madre ed io lo abbiamo visto.”

Roman Zeller (questa fotografia è stata scattata dalle SS per documentare gli esperimenti medici).

Roman Zeller, (polacco), nato a ? nel 1932;

Di Roman Zeller non si hanno notizie precise. Si sa che dalla baracca dei bambini di Birkenau fu portato a Neuengamme insieme agli altri 20 bambini poi assassinati nella scuola di Bullenhuser Damm. Il nome di questo ragazzino di dodici anni proveniente dalla Polonia era stato trascritto dal Dr. Kurt Heißmeier sulla sua scheda personale con i dati delle visite mediche le lettere iniziali “R.Z.”. Roman Zeller è stato ucciso il 20 aprile 1945 con gli altri bambini nella scuola di Bullenhuser Damm.

Lelka Birnbaum (polacca), nata a ? nel 1932

Il suo nome completo, Lelka Birnbaum, è annotato sulla copertina di una radiografia presa nel corso di uno degli esperimenti di Heißmeyer. La sua storia non è nota. Si sa che fece parte del gruppo dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm.

Eduard Hornemann

Eduard (Edo) Hornemann (olandese), nato a Eindhoven il 1° gennaio 1933

Eduard, il maggiore dei due fratelli Hornemann, nacque il 1° gennaio 1933. Il suo soprannome era Edo. Gli Hornemann vivevano a Eindhoven, nei Paesi Bassi dal 1925  al 29 di Staringstraat. Il padre di Eduard, Philip Carel Hornemann, lavorava alla Philips. Sotto l’occupazione tedesca, Hornemann era uno dei 100 impiegati ebrei della Philips che dovevano lavorare nel “dipartimento speciale” ebraico della compagnia, istituito alla fine del 1941. Sua moglie Elisabeth andò a nascondersi in una fattoria insieme ad Alexander, mentre Eduard si nascondeva in un’altra fattoria. Il 25 agosto 1942 alla famiglia Hornemann fu espropriata la casa; l’anno seguente, il 18 agosto, le SS entrarono nella fabbrica della Philips e ordinarono a tutti gli ebrei di salire sul camion. Gli Hornemann finirono nel lager di Vught e il 3 giugno 1944, insieme ai 400 ebrei prelevati dalla Philips, furono caricati su carri bestiame diretti ad ad Auschwitz, dove Elisabeth Hornemann morì di febbre tifoidea nel mese di settembre. Alexander e Eduard furono trasferiti nel blocco dei bambini. Poco prima della liberazione di Auschwitz, Philip Carel Hornemann fu deportato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dove morì il 21 febbraio 1945 dopo una tappa a Dachau con la “marcia della morte” partita il 17 gennaio da Auschwitz, con 20 gradi sotto zero. Edo e Lexje Hornemann rimasero a Birkenau nella baracca dei bambini, poi entrarono a far parte del gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm. Eduard Hornemann fu portato nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e ucciso il 20 aprile 1945 qui a Bullenhuser Damm all’età di appena 12 anni.

 

Alexander (Lexje) Hornemann

Alexander (Lexje) Hornemann (olandese), nato a Eindhoven il 31 maggio 1936

Alexander, il più giovane dei due fratelli Hornemann, nacque il 31 maggio 1936. Il suo soprannome era Lexje. La famiglia Hornemann ha vissuto a Eindhoven nei Paesi Bassi. Il 3 giugno 1944 , insieme alla sua famiglia, Alexander fu deportato da Vught ad Auschwitz e trasferito, con il fratello Eduard, nella baracca dei bambini. Alexander Hornemann fu portato nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e ucciso il 20 aprile 1945 nella scuola di Bullenhuser Damm all’età di 8 anni.

Ans van Staveren, la sorella di Elisabeth Hornemann e la zia di Alessandro e Eduard, furono gli unici membri della famiglia a sopravvivere. Riuscì a rimanere nascosta fino alla liberazione dei Paesi Bassi. Per molto tempo, van Staveren sperava che i suoi due nipoti sarebbero tornati. Fino a quando nel 1979 appresero del loro destino. Van Staveren rimase in contatto con l’associazione Children of Bullenhuser Damm fino alla sua morte nel 2008.

 

Richiesta di ricerca presentata da Rachmil Steinbaum. (International Tracing Service, Bad Arolsen, T / D1 057 514)

Marek Steinbaum (scritto anche Szteinbaum, polacco), nato a Radom nel 1937

Marek Steinbaum nacque il 26 maggio 1937. La sua famiglia possedeva una piccola fabbrica di cuoio a Radom, in Polonia. Dopo essere stati imprigionati nel ghetto di Radom, gli Steinbaum furono deportati ad Auschwitz dal campo di lavoro Pionki vicino Radom, probabilmente all’inizio di ottobre del 1944, suo padre e suo zio furono poi trasferiti a DachauIl padre di Marek, Rachmil Steinbaum, fu deportato nei campi di concentramento di Buchenwald e Groß-Rosen e infine è finito in un campo satellite del Natzweiler-Struthof vicino a Stoccarda. La madre di Marek, Mania Steinbaum, fu inviata nel campo satellite Georgenthal del campo di concentramento di Groß-Rosen, dove furono anche internate Zela James, madre di Marek James, e Rucza Witonska, madre di Eleonora e Roman Witonski. Il 27 novembre Mania vide Marek in un gruppo di bambini che stava lasciando il campo… lo salutò con la mano… Pochi giorni dopo fu deportata a TheresienstadtMarek Steinbaum fu trasferito a Neuengamme il 28 novembre 1944 e  fu ucciso nella scuola di Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 7 anni. I suoi genitori, Rachmil e Mania Steinbaum, sopravvissero ai campi. Dopo la seconda guerra mondiale, hanno vissuto per un po’ a Memmingen in Baviera. Dopo la liberazione papà e mamma Steinbaum, sopravvissuti, diedero inizio alla disperata quanto inutile ricerca del loro piccolo Marek. La loro figlia Lola nacque nel 1947. Nel 1949, la famiglia emigrò negli Stati Uniti. Nel corso della sua ricerca, Günther Schwarberg cercò di contattare gli Steinbaum nel 1981, ma non volevano parlargli. La figlia Lola apprende del destino del fratello Marek nel 1993. Il 20 aprile 1999, ha partecipato all’evento commemorativo che si è tenuto per i bambini Bullenhuser Damm ad Amburgo.

Eduard Reichenbaum

Eduard Reichenbaum (polacco), nato a Kattowitz il 15 novembre 1934

Eduard Reichenbaum nacque il 15 novembre 1934 a Katowice, in Polonia. Il suo soprannome di famiglia era Edulek. Il padre di Reichenbaum Ernst ha lavorato come contabile per la filiale polacca di un’azienda editoriale tedesca. In casa parlavano tedesco e polacco. Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Eduard, suo fratello Jerzy, che era di due anni più grande di lui, ed i loro genitori si trasferirono a Piotrków Trybunalski vicino a Łódz, dove vivevano i nonni di Eduard. Nel 1943, la famiglia fu deportata nel campo di lavoro di Blizyn, dove Eduard e Jerzy furono costretti a produrre calzini per la Wehrmacht. A Bliyzn, Eduard, all’età i nove anni, è riuscito a sfuggire ad una selezione, durante la quale 50 bambini sotto i dieci anni sono stati scelti per la deportazione e la successiva eliminazione. Suo padre, che lavorava nell’ufficio del campo e conosceva bene la lingua tedesca aveva, era stato in grado di falsificare la sua data di nascita. Nel settembre del 1944, la famiglia fu deportata ad Auschwitz. Jerzy e suo padre furono portati nel campo degli uomini, dove Ernst Reichenbaum morì a novembre. Eduard fu portato per la prima volta nel campo delle donne insieme a sua madre Sabina Reichenbaum e in seguito fu trasferito nella baracca dei bambini. Nel novembre del 1944, Sabina Reichenbaum fu trasferita in un campo satellite del campo di concentramento di Buchenwald a Lippstadt, nella Germania occidentale. Mania Herszberg, la madre di Riwka Herszberg, era anche su quel trasporto a Lippstadt. Eduard Reichenbaum fu portato nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e ucciso il 20 aprile 1945 nella scuola di Bullenhuser Damm all’età di 10 anni.

A raccontarci della famiglia è Jizhak, il fratello maggiore di Eduard, sopravvissuto alla Shoah e trasferitosi ad Haifa:

“Dopo l’occupazione della Polonia fummo deportati prima nel campo di lavoro a Blizyn, poi, il 1° agosto 1944, nel campo di sterminio di Auschwitz. Sulla rampa di Auschwitz-Birkenau fummo separati: io fui mandato al campo degli uomini, mio fratello Eduard rimase con la mamma nel campo delle donne fino a metà novembre. Mio padre arrivò con un trasporto successivo e non lo rividi più”.

Il 23 novembre 1944 Sabina Reichenbaum, partì da Auschwitz con un trasporto di donne destinate a lavorare in Germania, a Lippstadt,  in un fabbrica di munizioni. Nella lista era il n. 81. Sopravvisse al lager e andò in Israele; suo marito morì ad Auschwitz; mentre il piccolo Eduard dalla baracca dei bambini finì a Bullenhuser Damm;

Bluma (Blumele) Mekler (polacca), nata a  Sandomierz nel 1934;

Bluma Mekler è nata nel 1934 a Sandomierz in Polonia. Aveva altri due fratelli e due sorelle. I suoi genitori avevano un negozio di generi coloniali, il babbo Herschel era insegnante di religione nel cheder, una scuola ebrea per maschi.

“All’età di dieci anni Blumel è stata deportata ad Auschwitz con i genitori. Qui sono morti il babbo, la mamma, un fratello e una sorella. La sua sorella più giovane, Shifra, è sopravvissuta all’Olocausto. È cresciuta in un kibbutz in Israele, dove ha ritrovato il fratello maggiore. Più tardi si è trasferita a Tel Aviv. Blumel Mekler aveva undici anni quando è stata assassinata a Bullenhuser Damm.”

Solo due membri della famiglia sono sopravvissuti: Shifra, (Szyfra Mekler oggi Shifra Mor) la sorella più giovane di Bluma, nel 1943 si è nascosta nel ghetto di Sandomierz. Nel 1947 è emigrata in Israele. Il fratello maggiore Alter (nato nel 1929) è stato deportato dapprima nel campo di concentramento di Lublino e nel 1943 ad Auschwitz. La sorella di Bluma, Shifra Mor, aveva appreso dal giornale Maariv la tragica storia dei bambini di Bullenhuser Damm, utilizzata come cavia umana per esperimenti medici e poi assassinata nella scuola di Bullenhuser Damm.

(Biografia tratta da http://www.kinder-vom-bullenhuser-damm.de/_italiano/jacqueline_morgenstern.html)

Surcis Goldinger (polacca), nata a Ostrowiec nel 1934

Surcis Goldinger era polacca, probabilmente di Ostrowiec, e aveva dieci o undici anni quando fu portata nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944. Fu uccisa qui nella scuola di Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945Il nome Goldinger può essere trovato nella lista dei nomi dei bambini che Henry Meyer ha pubblicato nel suo libro Rapport fra Neuengamme in Danimarca nel 1945. Nella lista, si scrive “Goldinger” e non “Goldfinger”. Nel 1949, Rose Grumelin Witonska, madre di Eleonora e Roman Witonski, presentò una richiesta di ricerca all’International Tracing Service per diversi bambini che conosceva, tra cui una ragazza chiamata “Surcis Goldfinger”. L’ITS informò Witonska che la ragazza era stata probabilmente trasportata insieme a 306 prigionieri dal campo di lavoro di Ostrowiec ad Auschwitz il 3 agosto 1944Fu tatuata con il numero A16918. Finita nella baracca dei bambini di Birkenau divenne uno dei 20 bambini sui quali furono effettuati esperimenti sulla tubercolosi nel campo di concentramento di Neuengamme e poi assassinati nella scuola di Bullenhuser Damm.

Ruchla Zylberberg nel 1940 nel cortile di via Gleboka 10 a Zawichost.

Ruchla (Rachele) Zylberberg (polacca), nata a Zawichost il 6 maggio 1936

Ruchla Zylberberg nacque il 6 maggio 1936 a Zawichost, a 100 chilometri da Radom. Il papà di Ruchla e di Ester, Nison Zylberberg, proveniva da una grande famiglia di produttori di calzature. Dopo l’occupazione della Polonia da parte della Wehrmacht tedesca, diversi membri della famiglia Zylberberg fuggirono nell’Unione Sovietica nell’autunno del 1939. Con lui andarono il fratello Henryk con la moglie Felicja e altri ebrei.

“È il mese di novembre 1939 – racconta Felicja – scappiamo oltre il confine… Un contadino ci accompagna… io aspetto un bambino; Maxim nasce all’ospedale di Gorki nel luglio 1940”.

Nison Zylberberg stava progettando di farsi raggiungere dalla sua famiglia, ma dopo che la Germania attaccò l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, ma con il passare dei giorni divenne sempre più difficile ottenere i documenti per l’espatrio. La moglie di Nison, Fajga, Ruchla e sua sorella Ester, che era di due anni più giovane, furono tutte deportate ad Auschwitz. Al loro arrivo la mamma e la piccola Ester furono spedite subito alle camere a gas, mentre Ruchla Zylberberg finì nella baracca dei bambini a Birkenau per poi essere trasferita nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e assassinata qui a Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 8 anni.

 

Sergio de Simone con la madre Gisella. Anche lei fu deportata ad Auschwitz.

Sergio de Simone (italiano), nacque a Napoli il 29 novembre 1937

Sergio de Simone è nato a Napoli il 29 novembre 1937, dove visse per alcuni anni con i suoi genitori nel quartiere del Vomero, al civico 8 di Via Scarlatti. Il papà, Edoardo De Simone, di fede cattolica, era un ufficiale di marina. La madre Gisella, nata Perlow, invece era ebrea originaria di Vrhnika in Jugoslavia, ma residente a Fiume. All’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, e i pesanti bombardamenti a cui fu sottoposto il capoluogo partenopeo, per sfuggire alla piega decisamente negativa che stavano prendendo gli ultimi eventi – con la sciagurata caccia all’ebreo sferrata dai nazi-fascisti – il piccolo Sergio, insieme alla madre, decidono di abbandonare Napoli e raggiungere Fiume per trovare un rifugio più sicuro, considerato che il padre Eduardo era lontano imbarcato in quanto capitano della marina. Edoardo de Simone fu mandato ai lavori forzati a Dortmund. Dopo la firma dell’Armistizio e l’occupazione dei tedeschi, anche Fiume viene assoggettata alla sovranità del Reich, entrando a far parte dell’Adriatische Kusterland. Giungono a Trieste e a Fiume i nazisti al comando del superiore delle SS e della polizia (Höherer SS-und Polizeiführer) nella Zona d’Operazione del Litorale Adriatico, il famigerato Odilo Globočnik, soprannominato il “boia di Lublino”, che già aveva fatto tristemente parlare di sé per aver impartito l’ordine perentorio di avviare alle camere a gas migliaia di ebrei e disabili tedeschi nel quadro del progetto eutanasia. A quel punto, purtroppo, anche il destino di Sergio e Gisella era ormai segnato. Difatti, di lì a poco, per la precisione il  21 marzo 1944, Sergio, sua madre e altri sette membri della famiglia, tra cui i cugini Alessandra e Tatiana, furono acciuffati dalle SS, in seguito ad un’improvvisa irruzione nell’appartamento dei genitori di Gisella in via Milano 17. Senza battere ciglio furono tratti in arresto insieme alle zie Mira e Sonia ed allo zio Giuseppe e condotti nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, dove restarono soltanto lo spazio di una notte poiché, il 29 marzo successivo, furono tutti  caricati sul convoglio 25T e trasportati, dopo sei giorni di viaggio, ad Auschwitz-Birkenau dove giunsero il 4 aprile 1944.  Da questo momento in poi  non sono più considerate delle persone ma diventano soltanto dei numeri, perché vengono immediatamente marchiati sul braccio con un numero di riconoscimento. Sergio diventa il prigioniero A 179614. Sergio doveva fare da “staffetta” finché fu trasferito nel campo di concentramento di Neuengamme per essere sottoposto agli esperimenti medici. Trascorre un po’ di tempo con la madre, dopodiché, il 14 maggio 1944, il turpe e famigerato dottor Josef Mengele – passato tristemente alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “angelo della morte” – lo selezionò, insieme ad altri 19 bambini per sottoporli ad esami del sangue e ad un’operazione alle tonsille. Quindi vengono tutti rinchiusi nel Block 10, denominata la “Baracca dei bambini”, che recava il numero 11. Soltanto Gisella con la sorella Mira e le sue bambine Andra e Tatiana riuscirono a sopravvivere a quell’inferno. 

Sergio de Simone con i suoi cugini Tatiana e Alessandra per il suo sesto compleanno, il 29 novembre 1943.

Nella primavera del 1945 la mamma Gisella De Simone fu mandata nel campo di concentramento di Ravensbrück , dove venne liberata. Era gravemente ammalata. Arrivò in Italia appena nel mese di novembre del 1945 e si ricongiunse al marito. I genitori hanno cercato il piccolo Sergio. Verso la fine degli anni quaranta sono riusciti a sapere che Sergio era stato portato da Auschwitz in un altro campo di concentramento. Edoardo De Simone è deceduto nel 1964 senza sapere cosa fosse successo al figlio. Nel 1983 Gisella De Simone ha appreso la notizia della tragedia di Bullenhuser Damm ed è stata presente alla cerimonia commemorativa del 20 aprile 1984 ad Amburgo. Non voleva credere che Sergio fosse morto ed ha sperato fino alla sua morte che egli fosse ancora vivo.

H. Wasserman (polacca), nata a ? nel 1937

Gli ex prigionieri avevano compilato un elenco dei nomi dei bambini che è stato pubblicato nel libro Rapport fra Neuengamme (Rapporto di Neuengamme) in Danimarca nel 1945. La lista include anche il nome Wassermann per una bambina di otto anni proveniente dalla Polonia. Sulla scheda di questa bambina, il dott. Kurt Heißmeyer ha usato le iniziali “H.W.”. H. Wassermann fu uccisa con gli altri bambini il 20 aprile 1945 nella scuola di Bullenhuser Damm. Bellissimo il parco che, nel 2003, ad Amburgo porta il suo nome: Wassermannpark.

 

Lea (o Lola) Klygerman

Lea Klygerman (polacca), nata a Ostrowicz nel 1937

Lea (anche Lola) Klygerman è nata il 28 aprile 1937 a Ostrowiec, 60 chilometri a sud di Radom. All’inizio di agosto del 1944, Lea, sua madre Ester e sua sorella Rifka, che aveva due anni meno di lei, furono trasferite dal campo di lavoro di Ostrowiec ad Auschwitz. Sono arrivati lì il 3 agosto e Lea è stata tatuata con il numero A16959. Suo padre, Berek Klygerman, è stato portato ad Auschwitz dal campo di lavoro di Blizyn, a sud di Radom. Da Auschwitz fu trasferito nel campo di concentramento di Sachsenhausen nell’ottobre 1944 e poi nel campo di concentramento di Buchenwald, dove morì nel febbraio 1945. Lea Klygerman fu portata nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e assassinata a Bullenhuser Damm il 20 Aprile 1945, all’età di appena 7 anni. Ester Klygerman sopravvisse ai campi e tornò in Polonia. La sua ricerca delle figlie Lea e Rifka purtroppo non ebbe successo. Negli anni ’70, è emigrata in Israele, dove si è risposata e ha avuto un’altra figlia, Amalia. Amalia ha appreso della sorte di sua sorella maggiore Lea attraverso il parente di un altro dei bambini uccisi. Per proteggere sua madre, decise di non dirglielo.

Riwka Herszberg circa 1939

Riwka Herszberg (polacca), nata a Zdunska Wola il 7 giugno 1938;

Riwka Herszberg è nata il 7 giugno 1938 a Zdunska Wola vicino a Łódz in Polonia. Suo padre, Mosze Herszberg, gestiva una piccola fabbrica tessile. Nell’estate del 1944, Riwka ed i suoi genitori furono deportati ad Auschwitz via Piotrków Trybunalski. Il padre di Riwka fu portato nel campo di concentramento di Buchenwald nel gennaio 1945 e assassinato lì il 7 aprile dello stesso anno. Riwka e sua madre Mania erano alloggiate nel campo femminile di Auschwitz-Birkenau. Secondo quanto riferito, Riwka è sfuggita a una selezione perché suscitò una simpatia di un ufficiale delle SS per la rassomiglianza che aveva con la figlia. Così vedendo sulla rampa lei e la madre fece di tutto per impedire che la famiglia fosse mandata alle camere a gas. Infatti poco dopo furono mandate nel campo per famiglie. Il 23 novembre 1944, Mania Herszberg fu trasferita in un campo satellite di Buchenwald a Lippstadt. Sabina Reichenbaum, la madre di Eduard Reichenbaum, era sullo stesso mezzo di trasporto. Riwka Herszberg fu portato nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e qui uccisa a Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 6 anni. Mania sopravvisse alla Shoah e per anni cercò disperatamente la sua piccola, essendo all’oscuro del fatto che Riwka aveva condiviso il triste destino del gruppo dei 20 bambini assassinati a Bullenhuser Damm. Mania Herszberg  successivamente emigrò negli Stati Uniti e si stabilì a Boston, dove si risposò e adottò due ragazzi. Ha fatto tutto il possibile per conoscere il destino di sua figlia ma, nel 1980  non è stata in grado di riconoscere Riwka nelle fotografie degli esperimenti di Heißmeyer. Nel 1979, Ella Kozlowski, cugina di Riwka Herszberg che lavorava per l’unità centrale della polizia israeliana per le indagini sui crimini nazisti a Tel Aviv, scoprì il nome di Riwka su un poster di ricerca distribuito dal giornalista tedesco Günther Schwarberg e lo ha contattato. Ella Kozlowski è nata a Berlino. Negli anni ’30, ha dovuto interrompere l’istruzione secondaria perché era ebrea. Andò a vivere con i parenti in Cecoslovacchia e in Polonia prima di essere deportata nei ghetti Zdunska Wola e Łódz e poi in vari campi di concentramento, incluso un campo satellite di Neuengamme. Dopo la sua liberazione, Ella Kozlowski emigrò in Israele.

Roman Witonski e sua madre Rucza nell’estate del 1940.

Roman Witonski (polacco), nato a Radom l’8 giugno 1938;

Roman Witonski, il cui soprannome familiare era Romek, nacque l’8 giugno 1938 a Radom, in Polonia, dove suo padre, Seweryn Witonski, lavorava come pediatra. Dal 1941, la famiglia fu costretta a vivere in uno dei due ghetti di Radom. Il 21 marzo 1943, nella festa ebraica di Purim, Roman, sua sorella minore, Eleonora e i suoi genitori furono portati nel vecchio cimitero ebraico di Szydłowiec, a 30 chilometri a sud di Radom insieme ad altre 150 persone. Lì, le SS hanno iniziato un’esecuzione di massa, durante la quale Seweryn Witonski è stato assassinato sotto i loro occhi. Sua moglie Rucza e i bambini Roman ed Eleonora si nascosero dietro una tomba di pietre, ma furono scoperti dalle SS e riportati al ghetto. Alla fine di luglio del 1944, Rucza Witonska ei suoi figli furono deportati nel campo di lavoro di Pionki vicino Radom e da lì ad Auschwitz, dove furono inizialmente imprigionati nel campo femminile. Ad Auschwitz, Rucza Witonska fu separata dai suoi figli e portata al campo satellite Georgenthal del campo di concentramento di Groß-Rosen. “A Birkenau fui mandata nel campo per famiglie, che era vuoto… Io ho avuto il numero A 15158, Eleonora A 15159, Roman A 15160. Ho visto i miei bambini per l’ultima volta nel novembre 1944”, raccontò la signora Rucza Witonski , che sopravvisse al lager e cercò in tutti i Paesi d’Europa i suoi bambini. Roman Witonski fu portato a Neuengamme il 28 novembre 1944 e ucciso a Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 6 anni. Dopo la sua liberazione, Rucza Witonska cercò i suoi figli ad Auschwitz, Radom e altri posti. Suo fratello aveva probabilmente saputo il triste destino dei bambini, ma non le aveva detto niente per proteggerla. Rucza Witonska ha contattato vari uffici e organizzazioni che hanno offerto supporto nella ricerca di parenti dispersi. Ha anche depositato richieste di ricerca per altri bambini che aveva conosciuto nel campo delle famiglie ad Auschwitz-Birkenau. Già nel 1946, un tracing service belga  la mise in contatto con la dottoressa Paulina Trocki, che le disse che quando lei era prigioniera ad Auschwitz, aveva accompagnato 20 bambini da Auschwitz al campo di concentramento di Neuengamme. Rucza Witonska andò in Francia, dove si sposò e prese il nome di Rose Grumelin. Suo figlio Marc-Alain è nato nel 1951. Nel 1981, ha appreso cosa era successo ai suoi figli Roman ed Eleonora ad Amburgo da Günther Schwarberg.

Eleonora Witonski (polacca), nata a Radom il 16 settembre 1939

Eleonora Witoski è nata il 16 settembre 1939. Il suo soprannome era Lenka. Il 9 settembre 1939, una settimana prima che lei nascesse, le truppe tedesche occuparono la città di Radom. Le SS e la polizia tedesca installarono il loro quartier generale proprio nella strada in cui viveva la famiglia Witoski. Nell’aprile del 1941, la famiglia, come tutti gli abitanti ebrei della città, fu costretta trasferirsi in uno dei due ghetti. I bambini Witoski dovettero assistere alla sparatoria del loro padre nella festa di Purim nella primavera del 1943. Dopo questo incidente, i bambini vivevano nel terribile timore delle SS nel ghetto di Radom. Rucza Witoski ed i suoi figli furono poi deportati ad Auschwitz e imprigionati insieme nel campo femminile prima che i bambini fossero separati dalla loro madre. Il 28 novembre 1944 Eleonora Witoski fu deportata nel campo di concentramento di Neuengamme e fu uccisa qui a Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 5 anni.

Marek James

Marek James (polacco), nato a Radom il 17 marzo 1939;

Marek James è nato in Polonia il 17 marzo 1939. Ha vissuto con i suoi genitori, Adam e Zela, a Radom. Dopo l’occupazione di Radom la famiglia ha vissuto nel ghetto di Radom fino al 1943. Dopo essere stati deportati nel campo di lavori forzati di Pionki nei pressi di Radom nell’estate del 1944 sono stati deportati tutti e tre ad Auschwitz. Il papà di Marek James, Adam, è stato deportato a Glöwen e Rathenow, campi esterni del campo di concentramento di Sachsenhausen. Ad Auschwitz Marek è stato separato dalla mamma, tatuato con il numero B 1159 e mandato nella baracca dei bambini. Nel mese di novembre 1944 Zela James è stata portata a St. Georgenthal in Boemia, campo esterno del campo di concentramento Groß-Rosen.

I genitori di Marek James sono sopravvissuti alle persecuzioni. Dopo la fine della guerra hanno vissuto nella Germania meridionale, dove nel 1947 è nato ancora un figlio che si chiama pure Marek. Nel 1949 la famiglia è emigrata negli USA. Nel mese di aprile 2011 il figlio Marek James è stato per la prima volta presente alla cerimonia commemorativa nella scuola di Bullenhuser Damm.

Mania Altman circa 1941.

Mania Altmann (polacca), nata a Radom nel giugno 1940.

Mania Altman è nata il 7 aprile 1938 a Radom, in Polonia, dal calzolaio Shir Altman e sua moglie Pola. Gli Altman avevano una grande famiglia allargata a Radom, che includeva i sei fratelli di Shir Altman con le loro famiglie. Nella primavera del 1941, gli occupanti tedeschi stabilirono due ghetti a Radom, dove la popolazione ebraica doveva vivere. La famiglia Altman fu poi deportata dal ghetto di Radom al campo di lavoro di Pionki, che apparteneva a una fabbrica di polvere da sparo, e da lì ad Auschwitz nell’estate del 1944. Il padre di Mania fu portato nel campo di concentramento di Mauthausen, dove fu assassinato durante le ultime settimane di guerra. Pola Altman e sua figlia Mania furono separate ad Auschwitz. Pola fu portata in un campo satellite di Groß-Rosen nell’ottobre del 1944, dove fu liberata nel maggio 1945. Nel 1951 emigrò negli Stati Uniti con il cognato Chaim Altman. Mania fu deportata nel campo di concentramento di Neuengamme il 28 novembre 1944 e uccisa a Bullenhuser Damm il 20 aprile 1945 all’età di 7 anni. Lo zio Chaim Altmann sopravvissuto ad Auschwitz racconta:

“Mania era dolcissima ed era adorata da mamma e papà. La mamma cercò di nasconderla, di proteggerla, ma ad Auschwitz le fu strappata via. Shir è morto a Mauthausen, Pola vide per l’ultima volta la sua piccola Mania nell’agosto 1944. Pola sopravvisse ad Auschwitz, emigrò in America e fino alla morte sperò che Mania tornasse”…

Ma Mania Altmann, purtroppo, era nel gruppo dei 20 bambini di Bullenhuser Damm. Pola Altman non ha mai saputo del destino della figlia. Morì nel 1971 a Chicago. Lo zio di Mania Chaim Altman, che viveva a New York, venne a sapere degli omicidi su Bullenhuser Damm e il destino di sua nipote attraverso un articolo di Marc-Alain Grumelin, fratello di Eleonora e Roman Witonski, nel giornale Voice of Radom nel 1982.


Come interessante spunto di riflessione e approfondimento su questo argomento propongo, qui di seguito, il cortometraggio dedicato alla memoria del piccolo Sergio De Simone, intitolato:

“Sergio De Simone: Napoli 29.11.1937 / Amburgo Bullenhuser Damm 20.4.1945”

[Officinema, 2006, 25′]

In queste interviste Andra e Tatiana Bucci raccontano la loro storia e quella del cugino, il piccolo Sergio de Simone.

Sergio Zavoli a colloquio con Andra e Tatiana Bucci

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci giovanissime ebree di Fiume vengono deportate ad Auschwitz nel marzo del 1944 all’età di 4 e 6 anni. Dopo la liberazione e dopo due anni passati in orfanotrofi si ricongiungono attraverso varie peripezie con i loro genitori.

 

 

 

Tatiana Bucci è nata a Fiume nel 1937 da padre cattolico e da madre ebrea. La sera del 28 marzo 1943, improvvisamente insieme alla sorella Andra furono internate con la mamma Mira, la nonna, la zia e il cuginetto Sergio nel “Kinderblok” di Birkenau, dopo la breve sosta presso la risiera di San Sabba. E pensare che all’epoca avevano rispettivamente appena 4 e 6 anni. Rimasero internate a Birkenau fino al 27 gennaio del 1945, giorno in cui l’Armata Rossa liberò il campo. Alla fine, tuttavia, miracolosamente riuscirono a sopravvivere allo sterminio sferrato dai nazisti e da quel momento trascorsero due lunghi anni presso alcuni orfanatrofi e case di riabilitazione per ebrei tra Praga e l’Inghilterra, finché il destino volle che riabbracciassero i loro cari. Anche la madre, infatti, con l’aiuto del fato, era riuscita a scampare all’orribile sorte del lager che l’attendeva, mentre la zia Gisella, fino al giorno della sua morte, non ha smesso un solo istante di sperare in un prodigioso ritorno di Sergio che, purtroppo, non allieterà più le sue giornate perché ad appena 7 anni, fu trasferito a Neuengamme vicino ad Amburgo, dove l’attendeva un atroce destino: divenne, infatti, una cavia per orribili esperimenti sulla tubercolosi nel campo del dottor Heissmeyer, agli ordini del cosiddetto “angelo della morte”, il famigerato Josef Mengele (Günzburg, 16 marzo 1911 – Bertioga, 7 febbraio 1979). Adesso Tatiana vive in Belgio e si dedica attivamente a trasmettere la propria testimonianza alle nuove generazione affinché “la nostra memoria continui attraverso voi”, mantenendo sempre viva la memoria su questi crimini efferati perpetrati da menti veramente diaboliche e non permettere che questi ricordi siano relegati, ineluttabilmente, nell’oblio o, più semplicemente, ridimensionati da un inverosimile negazionismo che, di tanto in tanto, sembra prendere piede qua e là mettendo in discussione il vero dramma della Shoah vissuto sulla propria pelle da tante persone innocenti “colpevoli” soltanto di professare una religione “diversa” o di far parte di un’altra etnia.

Ecco uno stralcio della loro storia davvero molto toccante, in una sorta di viaggio nella memoria, per comprendere compiutamente di cosa stiamo parlando…

La sera del 28 marzo 1944 siamo state arrestate dai tedeschi e dai fascisti, accompagnati fino a casa dal nostro delatore, perché eravamo di razza ebrea. Questo triste avvenimento è stato l’inizio di un capovolgimento della nostra vita. All’epoca avevo solo 6 anni e nonostante fossero state emanate le leggi razziali, la vita della mia famiglia scorreva tranquilla. […] Andavo all’asilo, non cominciai la prima elementare come avrei dovuto, ma la frequentai più tardi a Praga dove ci portarono i russi che avevano liberato il campo di Auschwitz. Ricordo che giocavo con mia sorella e con il cuginetto Sergio che veniva a trovarci da Napoli assieme alla mamma Gisella e si trovavano a Fiume quella triste sera del 28 marzo 1944. Ricordo anche le corse al rifugio durante i bombardamenti. Papà era assente, navigava per il Lloyd Triestino e nel 1940 il piroscafo sul quale era imbarcato si trovava in Sud Africa, nelle acque territoriali inglesi, e fu fatto prigioniero. Per non dimenticare nostro padre, ogni sera, prima di rimboccarci le coperte, la mamma ci accompagnava davanti alla foto che li ritraeva nel giorno delle loro nozze per augurargli la buona notte. Poi venne Auschwitz e, una volta chiusa nel campo, mi resi conto che cos’ era ciò che ci differenziava dagli altri: la religione. Noi eravamo ebree come quasi tutti gli internati di quel campo di concentramento. Solo molti anni dopo mi resi conto cosa volesse dire essere state ebree in quel periodo.

28 Marzo 1944. Quella sera i tedeschi entrarono in casa, insieme al delatore che, per soldi, aveva fatto il nome della nostra famiglia. Noi bambini eravamo a letto. La mamma ci svegliò e ci vestì. Vedemmo la nonna in ginocchio, davanti ai soldati. Li pregava di risparmiare almeno noi. Ci caricarono sul carro bestiame, tutti ammassati – raccontano -. Arrivati a Birkenau ci divisero in due file. La nonna e la zia vennero sistemate sull’altro lato, quello dei prigionieri destinati alla camera a gas. Ci portarono nella sauna, ci spogliarono, ci rivestirono con i loro abiti e ci marchiarono con un numero sull’avambraccio. Ci trasferirono nella baracca dei bambini e lì cominciò la nostra nuova vita nel campo. Giocavamo con la neve e con i sassi, mentre i grandi andavano a lavorare. Quando poteva, di nascosto, la mamma veniva a trovarci ricordandoci sempre i nostri nomi. Questa intuizione geniale ci fu di grande aiuto al momento della liberazione, molti non sapevano più il proprio nome. Un giorno la mamma non venne più e pensammo che fosse morta, ma non provammo dolore, la vita del campo ci aveva sottratto un pezzo d’infanzia, ma ci aveva dato la forza per sopravvivere. Ogni giorno vedevamo cumuli di morti nudi e bianchi. La donna che si occupava del nostro blocco con noi era gentile. Un giorno ci prese da parte e ci disse: “fra poco vi raduneranno e vi ordineranno: chi vuole rivedere sua mamma faccia un passo avanti… voi non vi muovete. Spiegammo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa, ma lui non ci ascoltò. Da allora non lo rivedemmo mai più. L’ ultimo ricordo di nostro cugino è il suo sorriso mentre ci salutava dal camion che lo portava via insieme agli altri 19 bambini, desiderosi di rivedere la mamma. Nostro cugino Sergio fu portato, assieme agli altri 19 bambini, ad Amburgo, a Neuengamme, dove si concluse tristemente la Sua breve vita. Alla liberazione parlavamo anche in tedesco, poi a Praga abbiamo imparato la lingua ceca e nel frattempo avevamo dimenticato l’italiano. Più tardi in Inghilterra, dove siamo state accolte in un centro per bambini sopravvissuti alla Shoah, abbiamo appreso l’inglese perché frequentavamo la scuola pubblica. In Inghilterra la nostra infanzia ci fu restituita, in quanto siamo state circondate da tanto affetto, premure e calore umano di persone qualificate, che erano lì per aiutarci a dimenticare gli orrori vissuti e a ridarci fiducia e speranza per il futuro. Ancora oggi siamo in contatto con la nostra Manna, diventata quasi una mamma per noi. I nostri genitori, nel frattempo rientrati in Italia, riuscirono con l’aiuto della Croce rossa a ritrovarci. La fotografia della «buona notte» ci consentì di riconoscerli e per fortuna ricordavamo i nostri nomi e il nostro cognome. La mamma ce lo ripeteva sempre quando ad Auschwitz riusciva a venire ad abbracciarci. Ormai molti anni sono trascorsi da quell’orribile periodo. Nella ritrovata famiglia non se ne parlava molto, probabilmente anche perché chi ci circondava appariva incredulo quando la mamma raccontava la sua terribile esperienza e noi bambine eravamo troppo giovani. Ma i ricordi anche adesso e forse soprattutto adesso sono ancora molto vivi. Dal giorno del ricongiungimento, stabiliti ormai a Trieste, abbiamo iniziato a vivere, ma nostra madre – confessano – non ha mai voluto parlare della nostra storia». Una storia di crimini e di orrori, d’infanzia negata i cui ricordi, ancora oggi, ritornano nitidi. «Chiudendo gli occhi si acuiscono i sensi – raccontano – rivediamo le fiamme e la cenere che uscivano dai camini notte e giorno e i cumuli di cadaveri, avvertiamo ancora la sensazione del grande freddo e l’odore nell’aria della carne bruciata. Le camere a gas e i forni crematori funzionavano di continuo. Abbiamo così avuto la fortuna di crescere, di diventare adulte, mogli, madri e ora anche nonne. Abbiamo avuto una vita con i suoi dolori e con le sue gioie. Certo, a volte i ricordi mi riassalgono improvvisi, basta un treno merci, una ciminiera o una qualche marcetta vagamente militare, ma poi la vita riprende il suo corso. Il dolore più grande però è la scomparsa di nostro cugino rimasto per sempre bambino.

© Giovanni Preziosi, 2017

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